Eh sì, purtroppo la scelta di volare via non è stata una brillante idea.
Alla fine non sono marcita, ma sono atterrata malamente, di faccia con un sonoro tonfo.
Non so cosa sia peggio, se rimanere e morire piano piano, oppure spiccare il volo e vedersi le ali tagliate di botto con il conseguente tonfo.
Mi è comunque toccata la seconda opzione e devo dire che, se da una parte sono sollevata, perchè non ne potevo più dall'altra so che sarà molto più difficile delle altre volte trovare un lavoro.
Anche perchè la mia tolleranza alle cazzate ha raggiunto il livello di guardia.
Colloquio per office manager: dopo 4 interviste, la prima con il selezionatore, la seconda con l'attuale office manager, tutto in inglese, perchè la società è straniera, la terza con il ragioniere commercialista esterno, che cura la contabilità, arrivo alla quarta, certa che andrà tutto bene, perchè mi hanno fatto un sacco di complimenti e mi trovo a parlare con un elemento che mi è familiare: la famosa testa di cazzo, ovvero il direttore creativo.
Ho già avuto a che fare con un simile personaggio in passato, sono quelle donne, straniere, senza nessun titolo di studio, nessuna specializazzione, ma tante conoscenze e contatti, fatti non si sa come o forse sì, che gravitano negli ambienti della moda e similari e danno consigli.
Premetto che io sono snob, molto snob.
Non concepisco che nessuna americana o anglosassone, venga a dettare legge sulla moda in Italia.
Mi sono incazzata come una iena con Anna Wintur quando ha ridotto i giorni della settimana della moda, perchè lei non voleva sprecare più di 3/4 giorni a Milano.
E tutti come pecore a dire si.
Mi hanno fatto pena quando, durante l'ultima sfilata erano tutti terrorizzati all'idea di una sua visita in showroom e hanno decretato la zona off-limits a tutti perchè lei veniva in visita alla collezione.
Ma chi è??? probabilmente i suio antenati erano galeotti scesi dalla Mayflower, si galeotti, non padri pellegrini, ma quelli che ladri e puttane, noi in Europa non sapevamo dove mettere e così li mandavamo lontano, lontano, nelle colonie, sperando che crepassero là.
L'erba grama non muore mai, e si è visto che torna.
Tornano da noi dettando legge su cose come la cultura, la moda, l'arte.
Con che diritto? quando la maggior parte degli abitanti del loro paese non sa neanche dov'è l'Europa e i loro soldati vanno in guerra in Iraq pensando, se va bene, che sia da qualche parte al di là dell'oceano (senza individuare neanche quale oceano).
Per inciso, solo il 5% degli americani ha il passaporto.
Comunque tornando alla mia intervista, dopo un'ora di colloquio in inglese, di cui sono molto fiera, salta fuori che lei pensa che il ruolo sia da assegnare a una persona "of figures" ovvero penso io, a un contabile.
Ma poi te la vedi la laureata in economia e commercio che si occupa del lavandino turato o che serve acqua e caffè agli ospiti, te compresa (che non sei un ospite)?
Ma evidentemente il direttore creativo ha il potere di decidere.
Colloquio per Assistente di Alta Direzione: non vedo il selezionatore, che, dice, si fida del parere del suo collega che gli ha parlato molto bene di me.
Mi manda direttamente in azienda e incontro il Direttore del personale, persona squisita.
Gli piace la mia esperienza, gli piace che abbia una preparazione a tutto tondo, insomma sembra che apprezzi tutta la fatica che ho fatto per diventare quello che sono.
Dopo 15 giorni mi fissano l'incontro con lui, il mega padrone.
Sala riunioni modernissima, come il resto degli uffici, tavolone di cristallo e ci schieriamo, io da una parte, loro due dall'altra.
Lui spara per primo, dicendo che abbiamo solo 30 minuti.
Penso che, visto che dovremo lavorare insieme almeno 10 ore al giorno, se il colloquio va a buon fine, sarebbe meglio che mi dedicasse più di mezz'ora, ma non dico nulla.
Lui procede, parlando dell'azienda, cose già dette dal Direttore del personale, ma dato che l'ha fatta lui, lasciamogli il piacere di fare una bella ruota da pavone.
Io preferirei che parlassiomo di csa dovrei fare e di come lo dovrei fare.
A un certo punto squilla il suo cellulare.
Opzioni possibili:
1) non rispondere, ma lo ritengo altamente improbabile, avrebbe lasciato il telefono a una delle altre due assistenti
2) rispondere e dire velocemente alla persona che la richiama a breve
3) rispondere e, scusandosi, andare fuori a parlare
L'opzione 4, scelta dal cafone, è rispondere e stare, 7 minuti di orologio, al telefono con il suo architetto discutendo della valorizzazione della via dove abita, qualora lui ristrutturi la facciata di casa sua.
Fisso insistentemente il posacenere di cristallo al centro del tavolo.
Diventa la mia àncora, nella speranza che non mi si legga in faccia il disappunto e che le ultime iniezioni di botox blocchino bene la mia mimica facciale.
Sbircio il Direttore del personale e vedo che fissa la cartelletta nera cha ha appoggiato sul tavolo.
Alla fine della telefonata continuamo, come se niente fosse: un po' riesco a parlare anche io, finch'è se ne esce fuori con la frase: sicuramente lei ha visto l'insegna dei nostri depositi sulla tangenziale?
La mia reazione in quel momento sarebbe di dirgli: scusi, ma secondo lei, io in tangenziale conto i cartelli dei depositi? inoltre se la sua azienda fosse un marchio conosciuto della moda, una multinazionale della belllezza, al limite, una società di selezione, comincerebbe a sembrare una domanda con un minimo di senso, ma la sua azienda fa bulloni e viti!!
Rispondo "mitemente" da brava pecora, che non passo mai da quella tangenziale.
E così si conclude il colloquio.
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sabato 23 giugno 2012
La foglia è malamente atterrata
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giovedì 21 giugno 2012
Alla fine sono i manager che non sanno davvero cosa vogliono
Riprendo un post di qualche mese fa per confermare che le aziende e in particolare i manager, non sanno cosa vogliono, o meglio, non ammettono che quello che vogliono è un'assistente succube, supina e sottoposta.
Tu puoi presentarti per quello che sei, dicendo quello che sai fare e anche come lo sai fare, ma loro non ti ascoltano, sono solo ingolositi dal curriculum interessante e dall'idea di avere una persona con molta esperienza e con grandi capacità, salvo poi non usarle e sentirsi complessati nei confronti della "segreataria che ne sa più di loro".
Quando se ne rendono conto, quando capiscono che sei davvero competente, che puoi fare la differenza, hanno paura, paura di essere detronizzati, di perdere il potere, la faccia e chissà cos'altro.
Se hai una laurea, due master, diversi corsi di specializzazione e 20 anni di esperienza e il tuo capo una laurea in scienze politiche ottenuta in 5 anni, è ovvio che ci saranno problemi.
Il cretino, invece che cercare nella sua assistente un'alleata che potrebbe evitargli di infilare una serie di figure barbine, comincia a vederla come il "nemico" e così scatta ogni tipo di abuso, generalmente amano quelli verbali - l'urlo belluino, mentre i più bastardi utilizzano quello psicologico, continuando a criticarti a dire che non sai fare le cose, mentre tu cerchi disperatamente di capire cosa stai sbagliando.
Cosa stai sbagliando?
Niente, sei solo più intelligente e in gamba e lui, disgraziatamente lo ha capito.
In aggiunta lui ha il potere, tu no.
Così passi dei mesi infernali, continuando a fare il tuo lavoro il meglio possibile, considerate le circostanze, finchè un giorno, capisci che non puoi andare avanti in quel modo, che il tuo fisico sta urlando di dolore da mesi e che sei finita in un loop di pensieri funesti che ti hanno prostrata fisicamente e psicologicamente.
Senza contare che, salvo il fatto di aver un marito molto paziente, anche il tuo matrimonio scricchiola, perchè avere in casa una che ha un pensiero fisso e da quello non riesce a schiodarsi, è abbastanza seccante.
Quindi facendo i conti abbiamo:
con i tanti soldi ci si può pagare le cure mediche e psichiatriche.
Non vedo altri vantaggi.
Conseguente scelta: lasciare il lavoro per recuperare la salute.
Ma ora quando faccio un colloquio, come gliela racconto sta storia?
Tu puoi presentarti per quello che sei, dicendo quello che sai fare e anche come lo sai fare, ma loro non ti ascoltano, sono solo ingolositi dal curriculum interessante e dall'idea di avere una persona con molta esperienza e con grandi capacità, salvo poi non usarle e sentirsi complessati nei confronti della "segreataria che ne sa più di loro".
Quando se ne rendono conto, quando capiscono che sei davvero competente, che puoi fare la differenza, hanno paura, paura di essere detronizzati, di perdere il potere, la faccia e chissà cos'altro.
Se hai una laurea, due master, diversi corsi di specializzazione e 20 anni di esperienza e il tuo capo una laurea in scienze politiche ottenuta in 5 anni, è ovvio che ci saranno problemi.
Il cretino, invece che cercare nella sua assistente un'alleata che potrebbe evitargli di infilare una serie di figure barbine, comincia a vederla come il "nemico" e così scatta ogni tipo di abuso, generalmente amano quelli verbali - l'urlo belluino, mentre i più bastardi utilizzano quello psicologico, continuando a criticarti a dire che non sai fare le cose, mentre tu cerchi disperatamente di capire cosa stai sbagliando.
Cosa stai sbagliando?
Niente, sei solo più intelligente e in gamba e lui, disgraziatamente lo ha capito.
In aggiunta lui ha il potere, tu no.
Così passi dei mesi infernali, continuando a fare il tuo lavoro il meglio possibile, considerate le circostanze, finchè un giorno, capisci che non puoi andare avanti in quel modo, che il tuo fisico sta urlando di dolore da mesi e che sei finita in un loop di pensieri funesti che ti hanno prostrata fisicamente e psicologicamente.
Senza contare che, salvo il fatto di aver un marito molto paziente, anche il tuo matrimonio scricchiola, perchè avere in casa una che ha un pensiero fisso e da quello non riesce a schiodarsi, è abbastanza seccante.
Quindi facendo i conti abbiamo:
- salute a pallino
- matrimonio in emergenza
- capo bastardo
- lavoro idiota (è sempre privo di contenuti quando il capo è un simile deficiente)
- stipendio considerevole
con i tanti soldi ci si può pagare le cure mediche e psichiatriche.
Non vedo altri vantaggi.
Conseguente scelta: lasciare il lavoro per recuperare la salute.
Ma ora quando faccio un colloquio, come gliela racconto sta storia?
sabato 7 aprile 2012
Donne in politica, che cosa ci esclude? di Giulia Bongiorno
Nessuno è in grado di immaginare come sarà la politica dopo il governo Monti, tra i cui meriti c’è sicuramente quello di aver affidato tre ministeri di peso a tre donne di valore.
La scelta del presidente Monti dimostra che, quando la selezione avviene sulla base della competenza, le donne sono in prima linea.
Ma cosa accadrà quando questo governo tecnico avrà esaurito il proprio mandato e la politica – come è giusto che sia – riprenderà il proprio posto?
Il mio timore è che si ripristineranno le vecchie logiche, quelle che finora hanno sempre escluso le donne da incarichi di potere.
Ecco perché è indifferibile una strategia diretta a promuovere la presenza femminile in politica.
Una prima strada potrebbe essere chiedere alle parlamentari di ciascuno schieramento di impegnarsi in una serrata trattativa all’interno del proprio partito per ottenere che, in occasione delle prossime elezioni, almeno la metà delle candidate siano donne. Ma è probabile che non basterà.
Forse, allora, bisognerebbe avere la forza e il coraggio di osare di più.
È innegabile che nel nostro paese ci sono molte donne di valore che finora sono state tenute ai margini e che, per tanti motivi, non sono ancora riuscite a esprimere appieno le proprie competenze e i propri talenti.
È possibile inserire nel panorama politico una formazione che, attraverso una classe dirigente di donne, faccia dello sguardo e della sensibilità femminili la propria cifra distintiva?
Le difficoltà sono innumerevoli, ma il punto non è questo: alle difficoltà siamo abituate. Il punto è che c’è un ostacolo preliminare davanti al quale cadiamo ogni volta: la nostra tendenza – anche dopo aver combattuto battaglie comuni – a dividerci, a frammentarci, a disgregarci. L’incapacità di mantenere un fronte unico.
In tutti gli schieramenti di uomini ci sono invidie, gelosie e odi, e quindi divisioni, scissioni, a volte persino rotture clamorose. Ma i sentimenti vengono sempre incanalati in strategie.
Tizio può non essere del tutto convinto dell’idoneità di Caio a rivestire un determinato ruolo, ma una volta deciso che Caio è il candidato del suo schieramento lo sosterrà: non fosse altro, per partecipare della fetta di potere che Caio potrebbe conquistare. Se le cose andranno bene, proprio a partire da quella prima fetta ne arriveranno altre, e loro se le spartiranno tutte: magari detestandosi, ma silenziosamente. In nome di un interesse comune e superiore.
Nei gruppi di donne questo non avviene: noi non ce ne teniamo nemmeno mezza. Quando si forma uno schieramento, prima o poi c’è sempre qualcuna che attacca apertamente qualcun’altra, è solo questione di tempo. E gli obiettivi che erano stati fissati, e che magari per un attimo erano sembrati persino a portata di mano, si fanno lontani. Irraggiungibili.
Credo sia l’esito della micidiale congiuntura tra una distorta forma di “schiettezza” (le virgolette qui sono d’obbligo), la difficoltà nel disciplinare le emozioni e l’incapacità di valutare le conseguenze dei propri gesti: quel che è certo è che nella maggior parte dei casi basterebbe risparmiare una critica – o rinviarla a un momento e a una sede più opportuni – per evitare fratture insanabili, e dunque perdita di forza, di coesione e di credibilità.
Purtroppo, non abbiamo ancora capito che è proprio nella zona d’ombra tra il dire e il non dire che risiede e prospera il potere.
Il potere passa di necessità attraverso la coesione. E coesione non significa amarsi, significa saper convivere mettendo da parte l’incontenibile smania di entrare in conflitto aperto ogni qual volta emerge un disaccordo. Cosa che peraltro le donne sanno fare benissimo quando si tratta, per esempio, di venire a patti con il marito se c’è in gioco il bene dei figli. Per qualche motivo, però, paradossalmente, proprio quando ci si ritrova tra donne a tentare di creare un gruppo che persegue un obiettivo, la nostra capacità di mediazione e di ascolto, la nostra comprensione e il nostro spirito di sacrificio precipitano in caduta libera.
Le donne andranno al potere soltanto quando avranno capito la differenza tra l’amore e la civile convivenza e saranno – anche solo apparentemente – unite, compatte e solidali.
Quando, cioè, in nome di un interesse comune avranno imparato a essere meno “schiette” e più strategiche.
Quanto tempo ci vorrà per superare questa ontologica incapacità di fare gruppo, di fare gruppo veramente però, e per più di cinque minuti?
Io mi ritrovo a pensarla allo stesso modo, ma moltissime donne hanno attaccato Giulia Bongiorno.
Alla fine sembra che le donne facciano squadra solo quando un'altra donna le attacca, dicendo la verità su di loro, per poi nuovamente disgregarsi, appena il bersaglio non è più in vista.
Come donna mi vergongno di esserlo: siamo meschine, invidiose e stronze.
La scelta del presidente Monti dimostra che, quando la selezione avviene sulla base della competenza, le donne sono in prima linea.
Ma cosa accadrà quando questo governo tecnico avrà esaurito il proprio mandato e la politica – come è giusto che sia – riprenderà il proprio posto?
Il mio timore è che si ripristineranno le vecchie logiche, quelle che finora hanno sempre escluso le donne da incarichi di potere.
Ecco perché è indifferibile una strategia diretta a promuovere la presenza femminile in politica.
Una prima strada potrebbe essere chiedere alle parlamentari di ciascuno schieramento di impegnarsi in una serrata trattativa all’interno del proprio partito per ottenere che, in occasione delle prossime elezioni, almeno la metà delle candidate siano donne. Ma è probabile che non basterà.
Forse, allora, bisognerebbe avere la forza e il coraggio di osare di più.
È innegabile che nel nostro paese ci sono molte donne di valore che finora sono state tenute ai margini e che, per tanti motivi, non sono ancora riuscite a esprimere appieno le proprie competenze e i propri talenti.
È possibile inserire nel panorama politico una formazione che, attraverso una classe dirigente di donne, faccia dello sguardo e della sensibilità femminili la propria cifra distintiva?
Le difficoltà sono innumerevoli, ma il punto non è questo: alle difficoltà siamo abituate. Il punto è che c’è un ostacolo preliminare davanti al quale cadiamo ogni volta: la nostra tendenza – anche dopo aver combattuto battaglie comuni – a dividerci, a frammentarci, a disgregarci. L’incapacità di mantenere un fronte unico.
In tutti gli schieramenti di uomini ci sono invidie, gelosie e odi, e quindi divisioni, scissioni, a volte persino rotture clamorose. Ma i sentimenti vengono sempre incanalati in strategie.
Tizio può non essere del tutto convinto dell’idoneità di Caio a rivestire un determinato ruolo, ma una volta deciso che Caio è il candidato del suo schieramento lo sosterrà: non fosse altro, per partecipare della fetta di potere che Caio potrebbe conquistare. Se le cose andranno bene, proprio a partire da quella prima fetta ne arriveranno altre, e loro se le spartiranno tutte: magari detestandosi, ma silenziosamente. In nome di un interesse comune e superiore.
Nei gruppi di donne questo non avviene: noi non ce ne teniamo nemmeno mezza. Quando si forma uno schieramento, prima o poi c’è sempre qualcuna che attacca apertamente qualcun’altra, è solo questione di tempo. E gli obiettivi che erano stati fissati, e che magari per un attimo erano sembrati persino a portata di mano, si fanno lontani. Irraggiungibili.
Credo sia l’esito della micidiale congiuntura tra una distorta forma di “schiettezza” (le virgolette qui sono d’obbligo), la difficoltà nel disciplinare le emozioni e l’incapacità di valutare le conseguenze dei propri gesti: quel che è certo è che nella maggior parte dei casi basterebbe risparmiare una critica – o rinviarla a un momento e a una sede più opportuni – per evitare fratture insanabili, e dunque perdita di forza, di coesione e di credibilità.
Purtroppo, non abbiamo ancora capito che è proprio nella zona d’ombra tra il dire e il non dire che risiede e prospera il potere.
Il potere passa di necessità attraverso la coesione. E coesione non significa amarsi, significa saper convivere mettendo da parte l’incontenibile smania di entrare in conflitto aperto ogni qual volta emerge un disaccordo. Cosa che peraltro le donne sanno fare benissimo quando si tratta, per esempio, di venire a patti con il marito se c’è in gioco il bene dei figli. Per qualche motivo, però, paradossalmente, proprio quando ci si ritrova tra donne a tentare di creare un gruppo che persegue un obiettivo, la nostra capacità di mediazione e di ascolto, la nostra comprensione e il nostro spirito di sacrificio precipitano in caduta libera.
Le donne andranno al potere soltanto quando avranno capito la differenza tra l’amore e la civile convivenza e saranno – anche solo apparentemente – unite, compatte e solidali.
Quando, cioè, in nome di un interesse comune avranno imparato a essere meno “schiette” e più strategiche.
Quanto tempo ci vorrà per superare questa ontologica incapacità di fare gruppo, di fare gruppo veramente però, e per più di cinque minuti?
Io mi ritrovo a pensarla allo stesso modo, ma moltissime donne hanno attaccato Giulia Bongiorno.
Alla fine sembra che le donne facciano squadra solo quando un'altra donna le attacca, dicendo la verità su di loro, per poi nuovamente disgregarsi, appena il bersaglio non è più in vista.
Come donna mi vergongno di esserlo: siamo meschine, invidiose e stronze.
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